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Leadership femminile, un percorso di autocoscienza. Intervista a Carmen Carulli

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Un libro che orienta le nuove generazioni alla “Leadership dell’essere”, con uno sguardo autobiografico che sfiora i nodi dell’affermazione femminile. La nostra intervista all’autrice Carmen Carulli, Country Procurement Director di L’Oreal.

Imparare ad “hackerarsi” per liberarsi dagli schemi dell’avere; aprirsi all’essere per mettere a frutto le sfide professionali in cui è possibile realizzarsi. Quello di Carmen Carulli è un racconto di crescita personale che si interseca e si confronta con i talenti e i “bias” delle nuove generazioni, attraverso un percorso di cinque fasi: dal corpo allo spirito. L’abbiamo incontrata per entrare nel vivo del suo racconto. “Leadership dell’essere” è un titolo pubblicato per Dario Flaccovio Editore nel 2023.

 

Partiamo dalla copertina: “Leadership dell’essere” è un titolo che incuriosisce. Cosa c’è dietro?

Si basa sulla contrapposizione tra due grandi categorie. Da un parte c’è l’ambiente, la realtà in cui viviamo, il confronto, il volere di più come atto fine a se stesso. Per la cosiddetta teoria del tapis roulant, usata in psicologia, l’uomo corre per arrivare a un obiettivo ma poi non gioisce e non si ferma, perché sta già correndo verso l’obiettivo seguente. È come un criceto che fa girare la ruota, ma con un’esposizione alla frustrazione che il criceto non proverà mai. Questo è l’avere. Dall’altra parte ci siamo noi, con la nostra essenza, con l’opportunità di realizzarci profondamente attraverso quello che facciamo, senza porre i condizionamenti ambientali – che non sono la realtà vera – al di sopra di ciò che noi siamo. È l’essere di cui parlo. Spesso gli editori impongono un titolo, ma questo l’ho voluto io e l’ho difeso, perché riassume bene il senso del libro.

 

Chi leggerà questo libro, cosa troverà?

Vorrei aiutare il lettore a comprendere un diverso risvolto dell’esperienza in cui siamo immersi, ma sempre con il beneficio del dubbio. Perché il libro non contiene formule magiche. La mia è soprattutto una testimonianza, fortemente autobiografica, che ha lo scopo di promuovere una riflessione personale in chi legge. L’equilibrio tra “leadership” ed “essere” può apparire persino irrealizzabile. Ma lo stesso termine ‘leadership’, che è un po’ abusato, per me assume un significato nuovo e importante se associato alla categoria dell’essere. Nell’ultimo capitolo del libro, dedicato alla dimensione spirituale, spiego perché questo significato è così importante e – piccolo spoiler – parlo di un percorso che a differenza del tapis roulant non si esaurisce, ma arriva a coincidere con tutto l’arco della nostra vita.

 

Com’è nata l’esigenza di scriverlo?

Da un momento della mia vita in cui ho sentito il bisogno di fare il punto, di mettere in ordine le idee su un modo di essere che mi porto dietro da quando ero bambina. L’editore, d’altro canto, mi ha messo alle strette. Mi ha dato cinque mesi di tempo per chiudere il manoscritto, e io ho colto l’attimo. Mi sono anche messa molto in discussione – mi sono chiesta: “Chi sono io per scrivere un libro?” – e mi sono dovuta confrontare con un banale aspetto editoriale: la mia non è una di quelle storie drammatiche o estreme che poi diventano un caso. Ho pensato però alle moltissime volte che mi è capitato, parlando nelle università, di incontrare studentesse che volendo saperne di più sulla mia esperienza, mi chiedevano: “Come hai fatto a fare carriera senza rinunciare alla tua vita privata?”. Io leggo molti libri di crescita personale, è un genere che amo, e quindi mi è venuto naturale prenderne ispirazione per dare una cornice alla mia esperienza. Alcuni feedback molto belli che ho ricevuto dopo la pubblicazione mi hanno fatto capire che ero entrata in contatto con la sensibilità di chi lo aveva letto, e mi hanno rincuorato. L’idea che possa avere valore anche per gli altri è la cosa che mi gratifica di più. Credo che ne sia valsa la pena.

 

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C’è qualcosa di te che metti in discussione?

Sono sempre stata proiettata nel futuro, tanto da perdermi il presente. Me ne sono resa conto da un fatto. Ero abituata da anni a dormire poco, e mi sono chiesta: “Perché? Quand’è che ho cominciato?”. Credo che c’entri la gioia di fare le cose, ma anche una mia evoluzione forse troppo veloce. All’inizio dell’università, catapultata in un contesto nuovissimo che per me era il mondo, la libertà assoluta, ho sentito il bisogno di recuperare, massimizzare il mio tempo, vivere intensamente. E non volevo tornare indietro. Studiavo e lavoravo contemporaneamente, ma rientravo alle sei del mattino e mi alzavo alle otto. Quando ho iniziato il mio primo lavoro a Milano, è stato lo stesso: non conoscevo nessuno, e per ambientarmi facevo un secondo lavoro serale. Insomma, non dormivo. Ho impostato una vita frenetica con livelli di stress molto alti e mi sono fermata dopo anni, di fronte a una tachicardia. Da lì ho cominciato a chiedermi perché non dormissi, ed è cominciata la parte più consapevole del mio percorso. Ho smesso di costruire la mia reputazione sul culto della performance (inseguendo illusori parametri comuni di successo) e ho iniziato a focalizzarmi su esperienze che valorizzassero veramente la mia essenza.

 

C’è un messaggio che vuoi far arrivare alle studentesse di oggi?

Oggi c’è bisogno di leader donne che si aiutino tra di loro. È un’impostazione che secondo me si acquisisce da bambini, e purtroppo sono ancora troppo poche le donne che la mettono in pratica. La distinzione uomo-donna non dovrebbe nemmeno esistere quando si parla di lavoro, ma naturalmente scontiamo ancora gli effetti di un problema storico: per decenni, gli ambienti lavorativi tradizionalmente maschili hanno reso l’affermazione femminile un oggetto raro, che le donne sono state costrette a contendersi con ogni mezzo. Per fortuna, nelle nuove generazioni vedo qualcosa di diverso, anche tra le persone che lavorano con me: sono più sensibili alla qualità della vita, ma hanno meno preconcetti, sanno farsi aiutare, sono più inclusive e hanno un’autentica curiosità per il nuovo. In molte associazioni di donne, in cui sono mentor, vedo la stessa apertura e sete di conoscenza.

 

E in cosa devono potenziarsi?

Una cosa che cerco di trasmettere a chi lavora con me è il valore dell’improvvisazione. Non è un invito a essere approssimativi, ma a riconoscere che la realtà di tutti i giorni non ci fornisce quasi mai gli strumenti per essere pronti al 100%. Piuttosto, ci costringe a uscire dalla nostra zona di comfort. Quindi bisogna essere preparati, e bisogna imparare a rischiare. Ogni volta che ho cambiato esperienza professionale, di fronte a opzioni diverse, io ho scelto di ripartire da zero. Attraverso questo allenamento al cambiamento, ho imparato a conoscere meglio me stessa, le inclinazioni personali che posso investire nel lavoro al di là delle competenze tecniche. Adesso sono in L’Oreal da cinque anni e mezzo, ma mi piace considerarmi un outsider, perché lo sguardo esterno è prezioso. Spesso è più ampio.

 

L’Oreal è un’azienda che senti affine alla tua filosofia?

Sì, perché valorizza la responsabilità e l’autodeterminazione, a fronte dei risultati. Una persona come me, che in altri contesti può risultare difficile da inquadrare, qui trova il suo spazio. E infatti ho potuto fare esperienze diverse, ricominciare da zero, restando all’interno della stessa organizzazione. 

 

Hai scritto che da piccola eri uno spirito ribelle. E da grande?

Lo sono ancora. Ma con il tempo quello spirito si è purificato, perché non è più fine a se stesso. La ribellione cambia forma e si può manifestare nei modi più vari. Ad esempio sul lavoro, può diventare il coraggio di esprimere la propria opinione sfidando lo stereotipo, o anche opponendosi a chi sta più in alto. Quello che ti consente di essere ribelle in forma “matura” è la chiarezza dello scopo: se dico di no, pur sapendo di scontentare qualcuno, agisco in funzione di quello che considero il bene dell’azienda per cui ho scelto di lavorare. E delle persone ne fanno parte.